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Stravaso da mezzo di contrasto

Lo stravaso di mezzo di contrasto iodato, definita come la fuoriuscita non desiderata del mezzo di contrasto iodato dal torrente circolatorio è una complicazione accidentale nota delle indagini radiologiche effettuate con l’impiego di mezzo di contrasto, quali la Tc e la RM.
Essendo un evento sostanzialmente raro, la letteratura nazionale ed internazionale relativa allo stravaso da mezzo di contrasto è nettamente inferiore rispetto a quella riguardante quello degli agenti neoplastici, non tanto per una minore incidenza, ma per la maggiore nocività degli antiblastici e per il minore danno che obiettivamente produce il mezzo di contrasto. Pur essendo così poco numeroso, è un evento potenzialmente serio dal punto di vista clinico, in relazione alla quantità di mezzo di contrasto stravasato e alle caratteristiche del paziente .
Sono scarse le linee guida aziendali o della società di Radiologia sui comportamenti da attuare.

La frequenza dello stravaso da mezzo di contrasto è in costante aumento d’incidenza, per il sempre maggiore ricorso alla diagnostica per immagini nei vari percorsi diagnostici terapeutici di svariati quadri clinici e per l’impiego della tecnica d’infusione in bolo [Approfondimento stravaso da mezzo di contrasto 1] .
Da un’attenta revisione della letteratura, su oltre 1 milione di studi radiologici riportati in letteratura, si evincono alcuni interessanti dati epidemiologici: l’incidenza dello stravaso di mezzo di contrasto è maggiore nel sesso femminile, nei pazienti con età superiore ai 60 anni, negli accessi venosi confezionati in reparto, specie se localizzati nella mano, nei casi in cui si impiega un ago cannula di piccolo calibro. Esiste infine una differenza tra il paziente ricoverato e quello ambulatoriale [Approfondimento stravaso da mezzo di contrasto 2]. E’ sicuramente maggiore negli studi radiologici effettuati con l’impiego dell’iniettore automatico, anche in relazione alla velocità d’infusione [Fig. 1].

Fig. 1 – Iniettore automatico. L’ingresso sistematico dell’iniettore automatico nell’infusione del mezzo di contrasto, durante gli studi radiologici dinamici, ha consentito l’iniezione di una maggiore quantità di questo farmaco, in modo uniforme, rispetto a quello ottenibile con l’iniezione manuale, in modo da rendere l’immagine radiologica più comprensibile e più aderente alla realtà. Parallelamente, si è assistito ad un incremento degli eventi avversi, tra cui quello dello stravaso da mezzo di contrasto: si è passati da una incidenza dello 0,09% ad uno 0,017-0,023%. Questo elemento rappresenta quindi un fattore di rischio aggiuntivo al sesso femminile e all’età più avanzata dei pazienti. Lo stravaso da mezzo di contrasto registrato con l’infusione manuale era nettamente inferiore per gravità clinica: la presenza di un operatore sanitario a stretto contato con il paziente consentiva subito di accorgersi dell’evento e d’interrompere immediatamente l’infusione, prima che la quantità di stravaso fosse eccessiva. Tale evento avverso si registra ad una velocità d’infusione superiore ai 2,5 ml/sec. Probabilmente, il grado di resistenza della parete venosa viene superato dall’infusione continuata ed uniforme, sotto pressione. A maggiore ragione questo evento si verifica maggiormente nelle vene di calibro minore

Lo stravaso di mezzo di contrasto, e il quadro clinico che ne consegue, per sintomatologia e decorso, può essere classificato lieve, moderato e grave [Approfondimento stravaso di mezzo di contrasto 3]. Non sono segnalate e quantificate le conseguenze dell’esposizione alle radiazioni ionizzanti, in virtù dell’indubbio beneficio apportato in fase diagnostica.
La maggioranza delle lesioni negli adulti è di lieve entità, temporanee, limitate alla mano, all’avambraccio o al braccio e, spesso, non sono segnalate. In caso di fuoriuscita di grandi volumi, superiori a 50 ml, si possono verificare lesioni ulcerative cutanee, necrosi dei tessuti molli e sindrome compartimentale [Approfondimento stravaso da mezzo di contrasto 4].

I fattori di rischio sono correlati alla tecnica, al paziente e all’esecuzione, oltre che al sempre maggiore ruolo che l’indagine radiologica ha assunto in tanti percorsi diagnostici terapeutici [Approfondimento stravaso da mezzo da contrasto 5].
Per diminuire i fattori di rischio, occorre un’accurata anamnesi, l’incannulamento di una vena valida con un ago adeguato, l’esecuzione del test di sopportazione.
Il meccanismo con cui si verifica lo stravaso di mezzo di contrasto è legato al concorrere di più fattori: la punta dell’ago che è fuoriuscita dalla parete venosa o che ha prodotto una ferita nella parete del vaso, la localizzazione dell’ago all’interno di una vena con calibro insufficiente ad accogliere il volume iniettato in bolo, a pressione, o con pareti rese fragili dalla chemioterapia [Fig. 2]. Non ultimo le condizioni del torrente circolatorio, alterato da interventi chirurgici o dalla radioterapia.

Fig. 2 – Accessi venosi non ottimali. Le vene periferiche , pur essendo le preferite dal personale del reparto, per la maggiore visibilità e il facile reperimento, in realtà non costituiscono la soluzione ottimale. Infatti hanno un calibro ridotto, pareti estremamente fragili, rese ancora più deboli con l’età avanzata o per la presenza in anamnesi di cicli di chemioterapia. Non sono circondate da abbondante tessuto sottocutaneo, per cui l’azione di spinta esercitata dall’iniettore automatico, le trova in una condizione predisponente alla loro rottura e allo stravaso del mezzo di contrasto. Inoltre, possono essere facile sede di trombosi, per cui sono spesso inutilizzabili. Le vene ideali da pungere sono la basilica, a livello del gomito, la cefalica e, in ultimo, la giugulare

Il meccanismo con cui lo stravaso di mezzo di contrasto causa un effetto tossico è legato al volume di farmaco che è fuoriuscito dal torrente circolatorio ed è entrato nei tessuti, dove esercita una compressione ed un incremento della pressione locale [Fig 3 – 4].

Fig 3 Stravaso da mezzo di contrasto sottocutaneo. Lo stravaso è limitato a livello dei tessuti sottocutanei. Il farmaco si spande regolarmente dove trova spazio. Radiologicamente si manifesta come un’area di maggiore densità all’interno dell’arto superiore, irregolare come forma, a margini non chiaramente definiti. Clinicamente, si manifesta con un incremento di volume adiacente alla sede d’ingresso dell’ago, con un lieve arrossamento

Fig 4. Stravaso da mezzo di contrasto sottofasciale – Lo stravaso avviene al di sotto della fascia sottocutanea o all’interno di un compartimento. Radiologicamente, lo stravaso assume una conformazione più dettagliata e definita, fusiforme, e contorni molto più netti, che delimitano il muscolo in questione. Clinicamente, essendo interessata un’area più vasta, l’incremento di dimensione non è limitata alla sola area adiacente al punto d’ingresso dell’ago, ma più estesa; la comparazione con l’arto controlaterale rende molto facilmente visibile l’intensità del fenomeno. Inoltre, l’evento comporta effetti e sintomi molto più consistenti. La pressione è aumentata all’interno di un compartimento ristretto; le strutture più a rischio sono quelle nervose e quelle muscolari, se non s’interviene con una fasciotomia. Lo stravso infine può essere misto, in parte nel sottocutaneo e in parte al di sotto della fascia

Se si ha modo di verificare lo stravaso di mezzo di contrasto in diretta, l’iniezione deve essere sospesa.
Il trattamento è di tipo conservativo nella maggioranza dei casi. Si può delimitare con un pennarello l’estensione del rigonfiamento e/o dell’eritema, in modo da seguirne l’evoluzione nei giorni successivi, o misurare la circonferenza dell’arto, rispetto al controlaterale. La radiografia diretta dell’arto, oltre a documentare il tipo di stravaso, consente di quantificare l’estensione e la gravità. Prima di rimuovere l’ago cannula, cercare di aspirare il mezzo di contrasto, applicare eventualmente una borsa di ghiaccio. Il paziente, prima di essere dimettesso, viene tenuto in osservazione per 2-3 ore. Viene consigliato, nei giorni successivi di tenere l’arto sollevato e di favorirne il movimento. A seconda dei casi, è possibile effettuare iniezioni di ialuronidasi e/o applicare pomate di sulfadiazina. [Approfondimento stravaso di mezzo di contrasto 6 – a fondo articolo],
Naturalmente, prima di dimettere la paziente, occorre riempire il modulo per la documentazione dello stravaso e conservarlo in cartella clinica, oltre a seguire il paziente nei giorni successivi. L’evento deve essere segnalato al centro per il rischio clinico. L’apposito modulo dovrebbe trovarsi sul sito internet aziendale, e va inviato al numero di fax o all’indirizzo mail di questo ufficio (tipo di mezzo di contrasto impiegato, volume stravasato, sede anatomica dell’evento, tipo di ago impiegato, velocità d’infusione, sintomi del paziente, trattamenti effettuati e consigliati).
Quando si sospetta una lesione di grave entità, per volumi superiori ai 100 ml, o si sospetti una sindrome compartimentale, occorre la consulenza chirurgica [Fig. 5].

Fig. 5 – Sindrome compartimentale. Lo stravaso di mezzo di contrasto in quantità superiore a 100 ml, comparsa di dolore nella sede d’iniezione, che tende ad aumentare nel tempo, comparsa di variazioni della sensibilità o della motilità, evidenza di variazioni di perfusione dell’area interessata, comparsa di vesciche a livello cutaneo sono le indicazioni alla necessità di ricorrere alla consulenza di un chirurgo plastico o generale. La sindrome compartimentale è un corollario di sintomi, causati da un incremento di pressione all’interno dei tessuti molli, in un ambito definito e limitato, con compressione del circolo ematico e limitazione delle funzioni in quello spazio anatomico. Le cause più frequenti sono le fratture scomposte, con conseguente emorragia, oppure lo stravaso di mezzo di contrasto, con fuoriuscita di oltre 75 ml. Clinicamente, oltre al dolore, all’edema, al rigonfiamento dell’arto, possono associarsi ulcere cutanee, retrazione di fibre muscolari con conseguente limitazione funzionale. Per questo, per limitare i danni alle strutture muscolari e nervose, la fasciotomia, dovrebbe essere effettuata nelle prime 6 ore. Si tratta di una incisione longitudinale della cute, del sottocutaneo e della fascia muscolare, per favorire il drenaggio del mezzo di contrasto e la cessazione dell’ipertensione. Naturalmente, l’esito cicatriziale è assicurato

Indipendentemente dai tipi di trattamento attuati, su cui non c’è un consenso unanime, rimane il fatto che la corretta prevenzione del rischio (scelta di una sede di accesso venoso idonea, escludendo patologie venose o interventi chirurgici che possano predisporre allo stravso, adeguato calibro dell’ago, in grado di sopportare il volume di mezzo di contrasto iniettato, sua composizione plastica e non metallica, posizionato al momento dell’indagine diagnostica, supervisione della tenuta dell’ago prima dell’iniezione con tecnica a bolo, o nei primi secondi, immediatamente dopo l’iniezione, prima dell’inizio della scansione) è la pietra angolare su cui fondare la gestione dello stravaso da mezzo di contrasto, con l’adeguata e continua formazione del personale. Al verificarsi di tale evento, infatti concorrono molteplici fattori: il sesso femminile, l’età avanzata del paziente, precedenti cicli di chemioterapia, ago cannula impiantato in reparto e in vene di piccolo calibro, impiego di iniettore automatico. Solo l’accurata e vigile osservazione da parte del personale specializzato consente di prevenire l’evento e di limitare le conseguenze cliniche.

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Approfondimento stravaso da mezzo di contrasto 1

La diagnostica per immagini, grazie al costante sviluppo tecnologico e alle metodiche di TC e RM ha assunto un ruolo sempre più centrale nell’evidenziare la presenza di una patologia, nel fornire le conferme ai sospetti clinici, nella caratterizzazione della patologia in questione, nella stadiazione della malattia, sia acuta che cronica, soprattutto in campo oncologico. Per ottenere ciò si avvale anche dell’infusione del mezzo di contrasto. La ricerca di una standardizzazione e di un miglioramento dell’efficienza diagnostica ha portato all’ingresso massiccio dell’a tecnica d’infusione del mezzo di contrasto in bolo. L’iniettore automatico è diventato parte integrante dell’armamentario in una sala radiologica dedicata alla RM o alla TC. Garantisce una continuità e uniformità di spinta del mezzo di contrasto e della soluzione fisiologica, ad una velocità pre-impostata, con volumi stabiliti in base al peso corporeo del paziente e a seconda del distretto anatomico da studiare. Gli iniettori hanno il limite di non avere un sistema di sicurezza in grado di segnalare lo stravaso; per questo costituiscono un fattore importante nella genesi della complicazione. Infatti, si è passati da un incidenza di tale fenomeno di 0,03-0,17%, registrato durante gli studi radiologici con iniezione manuale, a 0,23-0,9% riportato in quelli effettuati con l’iniettore automatico. Tale evenienza è molto meno presente negli studi con la RM, sia perché il numero di studi diagnostici con la risonanza è nettamente inferiore rispetto a quelli effettuati con la risonanza, sia perché la quantità di farmaco iniettata è nettamente inferiore, sia perché molto spesso viene impiegata l’iniezione manuale, sia perché il gadolinio possiede un’azione meno tossica sui tessuti. L’incidenza del fenomeno è 0,006% contro 0,015-0,023 % degli studi con la TC.

Approfondimento stravaso da mezzo di contrasto 2

Nel sesso femminile, il fenomeno dello stravaso da mezzo di contrasto è presente nello 0,019% rispetto a 0,16% registrato negli uomini. Seppure la differenza è minima, questo dato è stato messo in relazione al minore calibro delle vene delle donne e ad una maggiore rappresentazione del tessuto sottocutaneo. Per quanto riguarda l’età dei pazienti, la maggiore frequenza del fenomeno dopo i 60 anni, potrebbe essere messo in relazione ad una maggiore fragilità delle vene in generale, oltre ad una minore capacità di comunicazione tempestiva degli eventi nocivi, da parte dei pazienti, specie in fasce di età ancora più avanzate. Per quanto riguarda l’ambiente in cui è stata effettuata l’incannulamento della vena, si è registrata una maggiore incidenza del fenomeno se l’evento si è verificato nel reparto di ricovero o di provenienza del paziente, rispetto a quello confezionato in radiologia. Oltre ad una maggiore esperienza specifica e ad un minor ricambio degli operatori, che si registra tra il personale infermieristico dei servizi di radiologia, c’è da considerare lo spostamento dell’ago durante le fasi di trasporto del malato. Inoltre, bisogna segnalare che gli operatori del reparto sono indirizzati a scegliere l’accesso venoso più facile da conseguire, in genere a livello della mano, mentre lo staff della radiologia predilige le venne più idonee, in genere a livello dell’avambraccio. Per quanto riguarda la sede dell’accesso, le vene a livello della mano, sebbene siano più visibili, teoricamente più facili da pungere, sono più piccole di quelle del braccio e hanno meno tessuto sottocutaneo intorno: pertanto sono più fragili, più prone alla rottura in fase d’infusione a pressione. Si è registrata una percentuale di 1,8% di stravasi a livello della mano, rispetto a 0,8% registrati a livello del braccio. A seconda dell’ago impiegato, il fenomeno dello starvaso di mezzo di contrasto viene registrato maggiormente: l’ago ideale è quello da 20G, in grado di sopportare la pressione dell’iniettore automatico. Quelli di calibro inferiore, 22-26G, sono maggiormente predisposti allo stravaso, in seguito alla loro rottura. Esiste infine una differenza tra il paziente ricoverato e quello ambulatoriale: 0,029% di stravasi nei pazienti ricoverati contro 0,05% dei pazienti ambulatoriali. In genere, il paziente ricoverato raggiunge i locali della radiologia con un ago cannula in vena, magari presente da giorni. Il trasporto e la differente cultura degli accessi venosi degli operatori sanitari del reparto sono alla base di questa differente incidenza del fenomeno. Anche il volume di mezzo di contrasto stravasato è maggiore nei ricoverati, rispetto ai pazienti ambulatoriali.

Approfondimento stravaso da mezzo di contrasto 3

Nel caso di uno stravaso lieve, i segni e i sintomi sono di scarsa entità; fastidio, dolenzia, eritema e gonfiore limitato a pochi cm dalla sede d’ingresso dell’ago. Tende a risolversi spontaneamente nell’arco di 24-48 ore. Può essere aiutato dalla compressione esterna, con l’applicazione di una borsa di ghiaccio o di acqua calda e con l’elevazione dell’arto, oltre alla somministrazione di pomate antidolorifiche. Non è considerato necessario segnalarlo, oppure non viene richiesto un controllo nel tempo. Nel caso di uno stravaso moderato, i sintomi e i segni interessano un’area anatomica superiore ai 5-10 cm dall’ingresso dell’ago, Compare eritema, vescicole cutanee, dolore superficiale e profondo dell’arto, gonfiore evidente. Il quadro tende a scomparire nell’arco di 2 settimane, mettendo in campo tutte le soluzioni terapeutiche precedenti, con l’aggiunta fissa di un antidolorifico nei primi giorni. A differenza del precedente, va rigorosamente segnalato, obbliga ad un follow-up del paziente e ad un audit clinico interno, per escludere la presenza di diabete mellito, alterazioni vascolari periferiche e/o centrali che potrebbero spiegare l’evento avverso, oltre ad un’analisi dei processi interni. In caso di stravaso grave, sebbene il numero degli eventi di questo tipo riportati in letteratura siano estremamente rari, tuttavia il quadro clinico è molto più evidente e la sua risoluzione richiede più di 15 giorni. Il diametro dell’arto è notevolmente aumentato rispetto al controlaterale, la limitazione funzionale è di notevole entità; la somministrazione di farmaci è continua. Può essere necessario l’intervento chirurgico in caso di sindrome compartimentale, e un ciclo di fisioterapia. Va rigorosamente segnalato, obbliga ad un follow-up del paziente e ad un audit clinico interno, per escludere sia le comorbilità, ma soprattutto la revisione dei percorsi interni.

Approfondimento stravaso da mezzo di contrasto 4

Gli stravasi di piccola entità, non essendo spesso segnalati, sono sottostimati, anche se rappresentano la stragrande maggioranza dei casi. Il gonfiore localizzato è presente nel 70% dei casi, il dolore da stiramento della cute o delle strutture sottostanti è presente nel 24% dei casi, un dolore aspecifico nei giorni successivi, per il riassorbimento del farmaco, è presente nell’80% dei pazienti. Le piccole dimensioni del fenomeno, la rapida e completa scomparsa portano a non segnalarli. Tra gli stravasi di maggiore entità, quelli tra 50 e 75 ml rappresentano il 20% di tutti gli stravasi da mezzo di contrasto, mentre quelli oltre i 75 ml sono il 10% circa. L’ingresso nel liquido nella profondità del braccio e l’impossibilità di farlo defluire crea i presupposti per un aumento di tensione, tanto da richiedere l’intervento di una fasciotomia. La restitutio ad integrum è in genere completa, tranne che per la ferita chirurgica o il foro del drenaggio, così come per l’aspetto funzionale. La gravità del quadro clinico è direttamente proporzionale alla velocità d’infusione dell’iniettore e alle dimensioni dell’ago. L’ingresso del mezzo di contrasto all’interno delle strutture muscolari e sottocutanee, al di fuori del torrente venoso, crea i presupposti per un aumento di pressione, che può limitare la perfusione periferica, per i tessuti muscolari e le fibre nervose, che entrano in sofferenza; dopo qualche ora, l’ischemia diventa più severa e, se non s’interviene, può andare incontro a necrosi. La fasciotomia è l’apertura chirurgica delle fasce muscolari, per favorire la fuoriuscita del mezzo di contrasto.

Approfondimento stravaso da mezzo di contrasto 5

Nell’ambito dei fattori di rischio, il primo posto spetta all’iniettore automatico: la maggiore parte degli stravasi si registra quando si supera i 3,5 ml/sec; tale velocità di somministrazione continua può superare la fisiologica resistenza della parete venosa. Il secondo posto spetta al tipo di ago impiegato: gli aghi di metallo e quelli di piccolo calibro presentano un maggiore rischio di stravaso. I primi perché ledono la parete della vena, anteriormente e posteriormente durante l’ingresso, con creazione di una zona di minore resistenza durante l’iniezione. Inoltre, se correttamente entrati, comunque convogliano forzatamente un cono di pressione in un unico punto della parete della vena. Le cannule in teflon sono più elastiche e consentono una diretta ed istantanea visione del corretto ingresso all’interno della vena, al momento della puntura, per cui non si fa progredire ulteriormente l’ago, con il rischio di pungere anche la parete posteriore della vena, ma si fa avanzare delicatamente solo la parte in plastica. Il terzo fattore per importanza è rappresentato dagli accessi venosi non ottimali, come le vene periferiche. In relazione al calibro, la prima vena da selezionare è quella al gomito, che consente l’impiego di una cannula di valide dimensioni e ha una localizzazione favorevole alla puntura, oltre a suscitare un minore dlore al momento dell’ingresso dell’ago . La seconda scelta è a livello della mano o del polso; l’ultima scelta è a livello della giugulare. Altro fattore di rischio è rappresentato dalla presenza di un ago cannula da più di 48 ore: questi potrebbe essersi dislocato durante tale periodo, oppure potrebbe aver provocato una flebite o essersi occluso; sarebbe bene posizionare l’ago cannula al momento dell’indagine radiologica, Da non trascurare sono i mezzi di contrasto ad elevata osmolarità, perché hanno un maggiore effetto nocivo sui tessuti, in quanto sono riassorbiti molto lentamente. Quindi, maggiore è l’osmolarità della molecola impiegata, maggiori sono gli effetti nocivi locali, fino alla necrosi dei tessuti. Per i fattori di rischio collegati al paziente, c’è da segnalare la difficoltà di comunicazione, per anzianità, difetti cognitivi o di linguaggio, la presenza di vene fragili o danneggiate da precedenti cicli di chemioterapia, uno stato d’insufficienza cardiaca, oppure di obesità, per cui diventa obiettivamente difficile l’accesso venoso. Non meno importante, ma più raro, è la compromissione del ritorno venoso, in seguito ad interventi chirurgici di asportazione di linfonodi o a cicli di radioterapia. Per quanto riguarda i fattori di rischio collegati all’esecuzione dell’indagine radiologica, occorre menzionare una limitata esperienza nella gestione degli accessi venosi, ma soprattutto la mancata verifica della tenuta dell’ago cannula nella fase di preparazione del paziente. L’iniezione rapida di 20 ml di soluzione fisiologica consente di verificare la tenuta della vena e la sua capacità di accoglimento del liquido. Occorre segnalare anche la mancata sorveglianza nelle prime fasi dell’iniezione: esistono 20-70” in cui la macchina non acquisisce immagini, non emette radiazioni, per cui l’infermiere ha tutto il tempo per verificare la tenuta dell’ago. Non secondaria è la mancata istruzione del paziente: prima dell’indagine radiologica al paziente viene raccomandato di segnalare eventuali incongruenze o comparsa di sintomatologia in prossimità dell’ingresso dell’ago, o a livello sistemico, in modo da interrompere tempestivamente l’esame.

Approfondimento stravaso da mezzo di contrasto 6

Prima di rimuovere l’ago, occorre cercare di aspirare il mezzo di contrasto. Ha lo scopo di diminuire la quantità di farmaco; contemporaneamente, si possono praticare dei massaggi dell’arto interessato, in senso inverso a quello dell’iniezione, in genere verso le estremità, per cercare di distribuire il farmaco, in modo da diminuire l’effetto compressivo, non tanto quello di favorirne una fuoriuscita – l’applicazione di una borsa di ghiaccio ha lo scopo di diminuire la quota di edema, che accompagna ogni reazione infiammatoria, e quindi alleviare i sintomi – una breve osservazione, prima della dimissione del paziente ambulatoriale, ha l’intento di osservare l’evoluzione immediata, tranquillizzare il paziente e dargli la sensazione di non essere abbandonato, dopo che si è verificato un evento spiacevole, ma possibile. Nei giorni successivi, viene consigliato di tenere l’arto sollevato il più possibile, al di sopra del livello del cuore, per diminuire la pressione idrostatica a livello capillare e facilitare il riassorbimento naturale del mezzo di contrasto – al paziente viene consigliato di muovere l’arto, stringendo ripetutamente una spugna, in modo da favorire la circolazione e continuare a stimolare la motilità. A seconda della gravità, può essere consigliato di applicare borse di ghiaccio 2-3 volte al giorno, o applicare una pomata di sulfadiaziona, fino ad effettuare iniezioni di ialuronidasi sottocute, con aghi da insulina. Vengono iniettate 150 UI di farmaco per ml di mezzo di contrasto stravasato. Lo scopo è quello di rompere i legamenti del connettivo, favorendo il riassorbimento da parte del circolo linfatico e venoso.

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Embolizzazione dei fibromi uterini

I fibromi uterini, o miomi,  sono tumori benigni delle cellule muscolari liscie dell’utero. La Radiologia Interventistica propone un metodo mininvasivo per trattare i fibromi uterini: l’embolizzazione dei fibromi uterini.

Tutti sono abbondantemente irrorati e vascolarizzati;

Sulla base della localizzazione  negli strati dell’utero sono classificati in: sottosierosi, intramurali e sottomucosi.

i  sottomucosi sono   maggiormente responsabili dei sanguinamenti intensi e copiosi e d’infertilità – gli intramurali  sono maggiormente responsabili dei dolori addominali e delle metrorragie  – i sottosierosi dei sintomi da compressione.

La terapia medica si basa sugli analoghi dell’ormone che rilascia le gonadotropine, per indurre una ovariectomia, o con i progestinici per controllare i fenomeni emorragici;  ha  un  effetto  temporaneo  di  riduzione  del volume   dei  fibromi, in vista della soluzione chirurgica.

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Strategie e materiali per il trattamento dell’embolia polmonare

Strategie e materiali per il trattamento dell’embolia polmonare. Dott. Stefano PIERI – dott. Paolo Agresti [U.O.C. Radiologia Interventistica Az. Osp. “S.Camillo-Forlanini” – ROMA].

Il quadro clinico è causato da un embolo migrato da un trombo, formatosi a livello delle vene degli arti inferiori o della pelvi.

embolo polmonare

A seconda delle dimensioni dell’embolo, delle condizioni cardiache e del letto vascolare polmonare avremo differenti ripercussioni emodinamiche : embolia polmonare periferica, submassiva e massiva.

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Trattamento percutaneo della ostruzione urinaria

Napoli , 14 marzo 2017 – Dr. Paolo Agresti, Dr. Stefano Pieri

L’uropatia ostruttiva è caratterizzata da:

  • presenza di un ostacolo allo scarico dell’urina in un punto qualsiasi della via escretrice, con conseguente insorgenza di una resistenza al normale deflusso
  • aumento pressorio a monte di tale ostacolo al fine di mantenere un adeguato flusso di urina
  • aumento della pressione all’interno del sistema collettore del rene.

Può essere : mono o bilaterale. Svilupparsi : rapidamente (acuta) o lentamente (cronica).

Le ostruzioni urinarie sono causate, più comunemente: quelle acute da calcoli, quelle croniche da neoplasie renali od ureterali e da progressivi restringimenti delle vie urinarie conseguenti a radioterapia od a interventi chirurgici.

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Il trattamento endovascolare dell’embolia polmonare

Opzioni terapeutiche avanzate: embolia polmonare

Il  quadro clinico è causato da un embolo migrato da un trombo, formatosi a livello delle vene degli arti inferiori o della pelvi.

A  seconda delle dimensioni dell’embolo, delle condizioni cardiache  e del letto vascolare polmonare avremo  differenti ripercussioni emodinamiche :  embolia polmonare periferica, submassiva e massiva.

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Fibroma uterino – caso clinico 9

Donna di 43 anni, con cicli mestruali sempre più emorragici, non più controllati con la terapia ormonale, che la obbligano a consumare 3 pacchi di assorbenti. In anamnesi 2 isteroscopie per fibromi. Hb = 9,8. I controlli ecografici indicano la presenza di 3 fibromi, di cui uno intramurale con sconfinamento sottomucoso, in costante accrescimento. La paziente, con già 2 gravidanze alle spalle rifiuat la soluzione dell’isterectomia.

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Assistenza alla donna con fibroma uterino

L’embolizzazione delle arterie uterine in radiologia interventistica è una terapia percutanea guidata dalle tecniche d’imaging, in grado di offrire un’alternativa alla terapia ormonale cronica e alle tradizionali procedure chirurgiche, come la miomectomia e l’isterectomia, una importante assistenza alla donna con fibromi sanguinanti.

L’embolizzazione deve essere offerta solo alle pazienti con un fibroma uterino sintomatico.

I sintomi del fibroma uterino

Un sanguinamento mestruale importante, il dolore pelvico, la pesantezza e il fastidio pelvico, la frequenza ad urinare o l’incontinenza, il senso di pesantezza rettale sono le manifestazioni sintomatologiche che richiamano l’attenzione. Oltre alle indicazioni al trattamento, ogni paziente deve essere messa a conoscenza delle varie opportunità terapeutiche, tramite un incontro interdisciplinare tra ginecologo e radiologo interventista.

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Trattamento radiologico del varicocele

Introduzione alla problematica clinica

Il varicocele e la sua associazione con l’infertilità maschile è riconosciuta da secoli. Il primo articolo che riportava il miglioramento dei parametri del liquido seminale e una gravidanza dopo la riparazione del varicocele è di Barwell nel 1885.

Maggiore attenzione alla correzione chirurgica del varicocele è stata data dopo l’articolo di Tulloch, che ha descritto il caso di un paziente azoospermico e con varicocele bilaterale che, dopo una varicocelectomia è tornato normospermico e la moglie ha concepito.

Il varicocele è una dilatazione delle vene del plesso pampiniforme, all’interno del funicolo spermatico; l’incidenza della malattia varia da studio a studio, ma si localizza in un 14-16 % della popolazione globale; tale percentuale cresce nella popolazione infertile, arrivando ad un 40%.

La maggior parte degli studi riporta che circa il 78-93% dei varicoceli sono localizzati a sinistra; questo è stato messo in relazione al differente drenaggio tra i due lati.

Sebbene la maggior parte dei varicoceli siano a sinistra, i rimanenti (7-22%) sono bilaterali, con casi occasionali esclusivamente a destra.

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